Ci sono tre frasi che sento quasi in ogni percorso.
«Ma quello non è un lavoro vero.»
«Quello mi viene naturale, non è una competenza.»
«Non pensavo che quella roba lì valesse qualcosa.»
Le dicono persone molto diverse tra loro, ma fanno tutte la stessa operazione: buttano fuori un pezzo di percorso prima ancora di guardarlo.
Il primo criterio è il contratto: se non c'era, non conta. Il secondo è la fatica: se è venuto facile, non conta. Il terzo è il riconoscimento: se non l'ha mai chiesto un annuncio di lavoro, non conta.
Sono tre criteri sbagliati, e sono anche il motivo per cui tante persone arrivano a scrivere un CV convinte di non avere niente da metterci.
Il bilancio di competenze serve prima di tutto a smontarli.
Cos'è, detto senza giri
Un bilancio di competenze è un percorso strutturato in cui una persona ricostruisce quello che sa fare, capisce quanto di quello è spendibile sul mercato del lavoro, e arriva a un progetto professionale concreto: un obiettivo, e i passi per raggiungerlo.
Le tre parole che contano sono strutturato, spendibile e progetto.
Strutturato, perché non è una chiacchierata. Ci sono delle fasi, e si passa alla successiva quando la precedente ha prodotto qualcosa.
Spendibile, perché non basta scoprire di essere bravi in una cosa: serve capire chi la compra, in quali ruoli, a quali condizioni. Un elenco di competenze che non incontra mai il mercato resta un esercizio.
Progetto, perché un bilancio che finisce con «adesso mi conosco meglio» non è finito. Deve finire con una direzione, e con dei passi concreti per arrivarci: cosa fai per primo, cosa dopo, cosa ti serve procurarti lungo la strada.
Da dove viene (e perché in Italia è un po' il far west)
Il bilancio nasce in Francia. Si sviluppa negli anni Ottanta e viene riconosciuto ufficialmente dalla legge 91-1405 del 31 dicembre 1991, che lo definisce un diritto del lavoratore: fino a ventiquattro ore, distribuite su più settimane, articolate in tre fasi.
In Italia arriva a metà anni Novanta, con una sperimentazione della Regione Emilia-Romagna, ma non è mai stato normato per legge.
Il che, in pratica, vuol dire una cosa sola: nessuno può dirti che una certa cosa non è un bilancio di competenze. Con quel nome oggi in Italia ti possono proporre un questionario online da venti minuti, un test attitudinale con un profilo finale, oppure un percorso di sei incontri. Sono tutte e tre offerte legittime, e costano cifre molto diverse.
Quindi la domanda da fare a chi te lo propone non è «quanto costa». È: quanti incontri, cosa succede in ciascuno, e cosa mi porto a casa alla fine. Se la risposta è vaga, il percorso sarà vago.
Cosa non è
Tre confini, perché è dove nascono le delusioni.
Non è un test. Nessuno strumento ti dice qual è il lavoro giusto per te. I questionari possono essere usati dentro un percorso, come traccia per una conversazione, ma il risultato non è un verdetto. Se il percorso che ti propongono si esaurisce in un test con un profilo finale, quello è un test, non un bilancio.
Non è un percorso psicologico. Io sono una consulente di carriera, non una psicologa, e la differenza è sostanziale. Il bilancio lavora sulle competenze, sul mercato e sulle scelte professionali. Se durante un percorso emerge qualcosa che appartiene a un altro campo, il mio lavoro è dirtelo e non fare finta di poterlo trattare io.
Non è (solo) motivazione. Una parte di sostegno c'è, e sarebbe ipocrita negarlo: chi arriva da un licenziamento o da mesi di candidature senza risposta ha bisogno anche di quello, e il percorso lo tiene in conto. Ma non finisce lì. A volte il risultato di un bilancio è scoprire che tra dove sei e dove vuoi arrivare ci sono due anni di formazione. Non è una bella notizia, è una notizia utile — e vale molto di più saperla adesso che dopo sei mesi di candidature andate a vuoto.
Come funziona, in concreto
Il percorso che propongo parte da cinque sessioni da novanta minuti, distribuite su più settimane.
Cinque è il minimo, non il numero fisso. Alcune persone ne fanno di più: lo si decide insieme all'inizio, quando è già chiaro dal primo incontro che il percorso è lungo, oppure strada facendo, se emerge un nodo che merita di essere sviluppato invece che sfiorato.
Novanta minuti perché un'ora non basta. Il lavoro di ricostruzione ha bisogno di tempo per entrare nel merito, e con sessioni corte si finisce sempre nel momento in cui la conversazione stava iniziando a dire qualcosa.
Distribuite, e non concentrate, per il motivo più importante di tutti: tra un incontro e l'altro c'è del lavoro da fare. Materiale da scrivere, cose da verificare, a volte persone con cui parlare. Un bilancio in cui si lavora solo durante gli incontri è un bilancio dimezzato. E su questo, per inciso, il modello francese è chiaro da trent'anni: le ore previste dalla legge comprendono anche quello che la persona fa per conto suo.
Dentro questo formato, il percorso attraversa tre momenti. Non sono compartimenti stagni, si torna indietro spesso, ma l'ordine conta.
1. Da dove parti e cosa cerchi.Si mette a fuoco la domanda vera, che quasi mai coincide con quella iniziale. Chi arriva dicendo «devo rifare il CV» il più delle volte non ha un problema di CV: non sa cosa scriverci dentro perché non ha ancora deciso dove vuole andare. Il CV è il sintomo.
2. La ricognizione.La parte più lunga. Si ripercorre il percorso: lavori, formazione, e anche quello che non ha un contratto dietroe s, u ogni esperienza si fa sempre la stessa domanda:
cosa hai dovuto saper fare, per starci dentro?
È qui che tornano fuori le tre frasi dell'inizio, di solito più di una volta a incontro. Ed è qui che il lavoro consiste nel non accettarle: ogni volta che un pezzo di percorso viene liquidato, ci si ferma su quel pezzo invece di andare avanti.
È anche il punto in cui succede la cosa che vale il percorso. Le competenze non si trovano guardandosi allo specchio: si estraggono dai fatti.
«Sono organizzata» non è una competenza, è un aggettivo.
«Ho gestito le consegne di quattro cantieri in parallelo con tre fornitori diversi» è una competenza, e si può raccontare a un colloquio.
3. Il progetto.Le competenze si incrociano con il mercato: quali ruoli le richiedono, in quali settori, cosa manca per arrivarci. E si costruisce un piano con dei passi in ordine: una formazione, un ruolo ponte, un tipo di aziende da contattare per prime.
Non è un piano che vale per sempre. È un piano che regge finché non incontra il mercato, e che a quel punto si aggiusta con quello che il mercato ti ha risposto.
Cosa ti porti a casa
Alla fine di un bilancio fatto bene hai tre cose.
Le tue competenze, scritte in una lingua che il mercato capisce. Non aggettivi: cose che hai fatto, ancorate a episodi precisi, con dentro anche quelle che oggi scarteresti. È il materiale con cui poi si scrivono CV, profilo LinkedIn e risposte ai colloqui, e il motivo per cui quei tre lavori, dopo, richiedono un decimo della fatica.
Un obiettivo professionale sostenibile. Non «il lavoro dei tuoi sogni»: un obiettivo che tiene insieme quello che sai fare, quello che il mercato compra e i vincoli che hai davvero: geografici, economici, familiari.
Un piano d'azione con dei passi in ordine. Cosa fai per primo, cosa dopo, e a che punto ti fermi a verificare se sta funzionando.
Quando serve, e quando no
Serve quando la domanda è dove vado. Sei fermo da mesi sulla stessa decisione. Vuoi cambiare settore e non sai cosa dei tuoi vent'anni di esperienza vale altrove. Mandi candidature a ruoli molto diversi tra loro, e questa è di solito la spia che l'obiettivo non c'è ancora. Sei bravo nel tuo lavoro e non lo vuoi più fare.
Non serve quando la domanda è già un'altra. Se sai perfettamente dove vuoi andare ma ai colloqui ti blocchi, non ti serve un bilancio: ti serve preparare i colloqui. Se hai un obiettivo chiaro e un CV che non funziona, ti serve lavorare sul CV. Un bilancio in quei casi è un giro lungo per arrivare dove saresti arrivato prima.
E non serve se speri che sia qualcun altro a decidere. Il percorso non produce una risposta da consegnarti: produce le condizioni perché tu possa dartela. Chi cerca un verdetto resta deluso, giustamente.
Non è per tutti e non è per ogni momento.
Torniamo alle tre frasi
Il contratto, la fatica, il riconoscimento. Sono i tre criteri con cui si butta via un pezzo di percorso, e nessuno dei tre regge.
Il contratto dice cosa ti hanno pagato, non cosa hai imparato a fare mentre lo facevi.
La fatica dice il contrario di quello che sembra: le cose che ti vengono naturali sono quasi sempre quelle in cui sei più bravo. Vengono naturali perché le fai da anni. Che a te costino poco non significa che costino poco a tutti, significa solo che hai smesso di accorgertene.
Il riconoscimento è il criterio più insidioso, perché sembra realistico: se nessun annuncio la chiede, che valore ha? Ma gli annunci descrivono ruoli che esistono già. Una persona che cambia lavoro quasi sempre si sta muovendo verso qualcosa che nel suo settore di partenza nessuno le avrebbe mai chiesto.
Dietro moltissimi «quello non conta» non c'è una mancanza di competenze. C'è un criterio sbagliato per contarle, e finché resta lì, ogni CV che scrivi parte già dimezzato.
Correggere quel criterio è, in buona sostanza, il lavoro.
Se stai valutando un percorso di bilancio di competenze, qui trovi come lavoro e cosa comprende. Se vuoi capire prima se è la cosa giusta per il punto in cui sei, prenota un appuntamento: il primo serve esattamente a questo.